4 marzo 2019
1 marzo 2019
Aspettare
Aspetti che lui ti chiami per un primo appuntamento.
Aspetti lei che si fa bella, prima di uscire.
Aspetti la tua sposa all’altare
Aspetti il tuo bambino quando sei incinta.
E se è femmina preparati ad aspettare mentre si prova tutti i vestiti del negozio
Se invece è maschio, aspetti, mentre gioca a calcetto o a tennis o fa sport che neanche conosci.
Aspetti che esca da scuola.
Poi aspetterai che rientrino di sera.
Aspettare, voce del verbo amare.
Marinella Cozzolino
Aspetti lei che si fa bella, prima di uscire.
Aspetti la tua sposa all’altare
Aspetti il tuo bambino quando sei incinta.
E se è femmina preparati ad aspettare mentre si prova tutti i vestiti del negozio
Se invece è maschio, aspetti, mentre gioca a calcetto o a tennis o fa sport che neanche conosci.
Aspetti che esca da scuola.
Poi aspetterai che rientrino di sera.
Aspettare, voce del verbo amare.
Marinella Cozzolino
23 febbraio 2019
20 febbraio 2019
Sono un italiano nero
Che ero diverso l’ho imparato stando in mezzo agli altri. Da solo a volte mi riusciva essere felice, tra le persone invece recitavo. Mi guardavano con la coda dell’occhio le prime volte che sentivano il mio cognome, quando la maestra o il medico faceva fatica a pronunciare tutte quelle consonanti vicine.
Quando leggendo la città in cui ero nato, sorridendomi mi dicevano “Ma allora sei italianissimo”, “Sei più italiano di me”. Come se attribuire una cittadinanza occidentale fosse un complimento.
Come se dire davanti a tutti con il sorriso stampato in volto che non ero un africano, perchè per loro l’Africa era un paese, mi rendesse più normale e forse anche più giusto ed educato.
Dimenticavano mentre provavano ad essere simpatici e amichevoli che l’educazione non me l’aveva insegnata l’Italia, ma i miei genitori e che non spettava a loro dirmi chi fossi. In me non vedevano un essere umano, ma un nero.
“Come sono i tuoi amici?”, “Che lingua parlate in casa?”, “L’Italia è un paese razzista?” mi chiedevano dietro i loro occhiali spessi.
Un’idea di me stesso a quell’eta non l’avevo ancora e avrei voluto trovare la forza di non voler per forza farmi accettare.
Capire che potevo esistere anche senza il consenso del prossimo. Avere il coraggio di reggere la solitudine e urlare in faccia a questo paese che anche io non lo volevo che il sentimento era reciproco. Lo spirito fascista italiano quando mio padre si lamentava della sua condizione ribadiva che doveva essere contento di quello che aveva che doveva stare al suo posto senza il diritto di pretendere. “Sei fortunato” avrebbero voluto urlargli in faccia quando mangiava nei loro ristoranti e cercava posto sui loro bus. Evitato ogni sguardo come una difesa spontanea e in quei momenti non sapevo più cosa dirmi e credo che lasciarsi andare così mi abbia portato a scomparire.
Tratto da - Non ho mai avuto la mia età (Antonio Dikele Distefano)
Quando leggendo la città in cui ero nato, sorridendomi mi dicevano “Ma allora sei italianissimo”, “Sei più italiano di me”. Come se attribuire una cittadinanza occidentale fosse un complimento.
Come se dire davanti a tutti con il sorriso stampato in volto che non ero un africano, perchè per loro l’Africa era un paese, mi rendesse più normale e forse anche più giusto ed educato.
Dimenticavano mentre provavano ad essere simpatici e amichevoli che l’educazione non me l’aveva insegnata l’Italia, ma i miei genitori e che non spettava a loro dirmi chi fossi. In me non vedevano un essere umano, ma un nero.
“Come sono i tuoi amici?”, “Che lingua parlate in casa?”, “L’Italia è un paese razzista?” mi chiedevano dietro i loro occhiali spessi.
Un’idea di me stesso a quell’eta non l’avevo ancora e avrei voluto trovare la forza di non voler per forza farmi accettare.
Capire che potevo esistere anche senza il consenso del prossimo. Avere il coraggio di reggere la solitudine e urlare in faccia a questo paese che anche io non lo volevo che il sentimento era reciproco. Lo spirito fascista italiano quando mio padre si lamentava della sua condizione ribadiva che doveva essere contento di quello che aveva che doveva stare al suo posto senza il diritto di pretendere. “Sei fortunato” avrebbero voluto urlargli in faccia quando mangiava nei loro ristoranti e cercava posto sui loro bus. Evitato ogni sguardo come una difesa spontanea e in quei momenti non sapevo più cosa dirmi e credo che lasciarsi andare così mi abbia portato a scomparire.
Tratto da - Non ho mai avuto la mia età (Antonio Dikele Distefano)
14 febbraio 2019
8 febbraio 2019
Soli in mezzo a tante persone
È triste sentirsi solo tra tante persone.
È tutto come immagino,
Una cena con gli amici,
Un viaggio con le tutte le varianti dell'avventura,
Coltivare degli interessi,
Apatia, solo un enorme sforzo per apparire normale.
Non occore che mi sposto, lo vivo "pensando".
Ho perso ogni interesse per la vita "comune".
Quando si vive in anima, il corpo e la società diventano una prigione.
Tutto diventa inutile xké già "sai".
Ormai posso vivere solo in "anima".
È tutto come immagino,
Una cena con gli amici,
Un viaggio con le tutte le varianti dell'avventura,
Coltivare degli interessi,
Apatia, solo un enorme sforzo per apparire normale.
Non occore che mi sposto, lo vivo "pensando".
Ho perso ogni interesse per la vita "comune".
Quando si vive in anima, il corpo e la società diventano una prigione.
Tutto diventa inutile xké già "sai".
Ormai posso vivere solo in "anima".
5 febbraio 2019
27 gennaio 2019
18 gennaio 2019
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